Autore: Fred Uhlman
Titolo: TRILOGIA DEL RITORNO ("L'amico ritrovato", "Un'anima non vile", "Niente resurrezioni, per favore")
Editore: Tea
Prezzo: 7,50 euro
“Reunion” è il titolo originale – inglese- de “L’amico ritrovato” (primo volume della "Trilogia del ritorno" di Fred Uhlman). Reunion, riunione, ri-unione. Ritrovarsi.
I coprotagonisti di questo novella (così viene definita dai più, per le sue dimensioni a metà tra il racconto e il romanzo) sono due giovanissimi amici che negli anni Trenta si separano: il primo (l’ebreo Hans) si rifugia negli Stati Uniti per scampare al genocidio, il secondo (il nobile tedesco Kondradin) si arruola nell’esercito della Germania nazista.
Ma separarsi non significa dimenticarsi, mai e poi mai. Hans e Konradin, vittime innocenti di uno scenario il cui senso sfugge loro in maniera drammatica, penseranno l’uno all’altro ogni giorno della loro vita, con amore, con rimpianto e con mille interrogativi senza risposta fino al giorno in cui a Konradin sarà tutto più chiaro, e tornerà sui suoi passi. Sarà troppo tardi per ritrovarsi fisicamente, ma non certo per il ricongiungersi di due anime speciali.
Quando molti anni fa lessi per la prima volta “L’amico ritrovato” lo sentii molto vicino alla mia sensibilità.
Konradin, riferendosi ad Hans, ad un certo punto gli dice: “è davvero arduo per qualsiasi persona adeguarsi alle tue idee sull’amicizia! Pretendi troppo da semplici mortali” (pag. 62).
Trovare un amico è la cosa più bella e più rara che possa capitare nella vita. Racconta Hans di se stesso: “Non c’era nella mia classe un solo ragazzo che secondo me non si rivelasse inferiore al mio ideale romantico di amicizia, non uno che io ammirassi davvero, per cui fossi disposto a morire, che potesse capire la mia esigenza di totale fiducia, lealtà e abnegazione” (pag. 18). E continua: “Tutto quel che sapevo, allora, era che [Konradin] sarebbe diventato mio amico” (pag. 20).
Perdere un amico è invece la cosa più triste e più facile: “Ci frequentavamo come prima, come se nulla fosse successo (…). Tutti e due sapevamo che le cose non sarebbero mai più state uguali, e che, per la nostra amicizia e per la nostra adolescenza, questo era il principio della fine. E la fine non tardò ad arrivare” (pagg. 63-64).
Ritrovare un amico, infine, è quasi impossibile.
Eppure, mentre a tredici anni tutto quello che volevo era, proprio come faceva Hans, credere nell’amicizia più profonda, nella dedizione assoluta agli amici, nella piena fiducia reciproca, oggi, che di anni ne ho un po’ di più, quello che mi ha scosso di questo libro è stata l’idea della “reunion”, presente in nuce fin dalle prime pagine. “Ricordo ogni particolare” scrive ancora Hans a distanza di anni (pag. 9) nel descrivere il suo primo incontro con l’amico: ci sono esperienze che possono apparentemente concludersi ma in realtà non cessano mai, perché si insinuano sotto forma di ricordi in angoli più o meno nascosti della nostra anima e della nostra mente per riproporsi poi nei momenti più improbabili con una forza che mai avremmo previsto.
La chiave dell’amicizia sta tutta qui, nella capacità individuale di lasciare emergere questi ricordi e di permettere loro di guidarci nell’azione anche a distanza di anni. E’ questa sensibilità, senz’altro, più di tutto il resto, che permette a Konradin di pentirsi di quello che sta facendo e di saltare la barricata.
E se due amici - per quanto ne sappiamo noi solo in un libro, è vero-si riuniscono superando, o meglio assimilando, l’orrore (descritto nel libro con toni apparentemente leggeri, ma non per questo meno raggelanti) di vari milioni di morti nei campi di sterminio, come può la quotidianità avvelenare la bellezza delle nostre amicizie?
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