“La chiameremo Sciampagnetta!”, disse papà quando mi vide per la prima volta. Era l’8 marzo ‘68, ero nata da un’ora e indossavo la mia prima tutina, rosa, sulla quale risaltavano i miei folti capelli bruni. Avevo già gli occhi aperti sul mondo ed ero di gran lunga la più sveglia dei miei amici della nursery.
All’udire quell’esclamazione quasi svenni: sperai per un momento a un errore. Sciampagnetta?! Nei nove mesi precedenti la mia nascita, mai s’era parlato del nome che m’avrebbero imposto, e quindi non ne sapevo nulla, ma in cuor mio ero certa che mi sarei chiamata come la mia nonna paterna: in Sicilia questo vuole la tradizione e papà l’avrebbe senz’altro rispettata. Mamma, dal canto suo, mai l’avrebbe contraddetto.
Dunque, che razza di novità era codesta? Decisa a dire la mia, l’unica cosa che m’uscì fu un pianto inconsolabile.
“La chiameremo proprio Sciampagnetta!” ripeté papà, soddisfatto della sua trovata. “Frizzante come la mia gassosa Lomarchio e ambrata come il migliore dei tuoi Donnarugata” disse a mamma. “Sarà l’orgoglio della famiglia” gli fece eco lei.
Al pensiero di chiamarmi Sciampagnetta Lomarchio piansi con un’energia tale che alla fine mi feci la pipì addosso (e per due anni, nonostante tutti i miei sforzi, questo fenomeno imbarazzante si ripeté regolarmente senza che potessi farci nulla. Nessuno tuttavia mi biasimò mai per questo).
Pensai di impiccarmi ma, che iella!, non trovavo più il mio cordone. Tentai allora di strozzarmi con lo strano pezzo di gomma che m’avevano messo in bocca per farmi tacere, ma tutte le volte che cercavo di afferrarlo con la mano per dargli la spinta giusta, qualcuno mi fermava.
Dopo qualche ora mi misero un nuovo vestitino, mi fecero i buchi alle orecchie (in Sicilia questo rito è più urgente della prima vaccinazione), m’infilarono un fiocco tra i capelli e fecero entrare un signore. Era alto alto; i miei lo chiamavano “dottor Baudo”, e sembrava un uomo importante. Donò una rosa mamma cantando “Il mio nome è donna Rosa”, mi prese in braccio e ci mettemmo tutti davanti alla finestra che dava sui vigneti catanesi. Arrivò un fotografo e, in un flash, finì un rullino da ventiquattro.
Le notti che seguirono furono uno strazio.
Non avevo più neanche lacrime per piangere.
Sciampagnetta…
Quando due giorni dopo lasciai la clinica, vidi le foto su tutti i muri.
“E’ nata Sciampagnetta Lomarchio”, era scritto nella vignetta che usciva dalla bocca di Baudo. I miei con una mano mi accarezzavano e con l’altra brindavano alla mia salute ormai irrimediabilmente compromessa.
Io sprofondavo nella culla dalla vergogna. Tentai di urlare un’altra volta, e un’altra volta mi ritrovai quel coso di gomma in bocca. Forse –realizzai- era meglio tacere.
Andammo dritti a casa dei nonni. La nonna, avevo sentito dire da mamma, m’aveva cucito di tutto: ero la prima bimba di casa Lomarchio dopo quasi un secolo di maschi. Ci aspettava alla finestra e corse veloce ad aprire; vistami, esclamò: “Crocifissa Addolorata, puddicina, chi fici, ppi miritari tantu?”. Fu allora che realizzai che Sciampagnetta era solo il nome della nuova bibita dell’azienda di famiglia, un mix di vino e gassosa che avrebbe cambiato le abitudini dell’intera gioventù sicula e risollevato le sorti della nostra ditta, e della quale m’avrebbero riempito il biberon ogni volta che avessi frignato senza motivo. Ero, sia benedetta la Madonna!, Crocifissa Addolorata Lomarchio. Tirai un sospiro di sollievo e, da quella notte, dormii sempre sonni tranquilli.
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