Ultimamente cucino molto poco. Sono pigra, ma non è tutto qui. Diciamo che mi sono stufata di fare da mangiare per me sola. E’un periodo così, anche se non è un buon segno non so che farci se non adattarmi.
Quindi, quando ci si stufa di prepararsi la cena, ci sono tre scelte:
a. Si ricorre ai surgelati. Ho giurato di non comperare più Sofficini e pepite di pollo varie, ma w il minestrone da arricchire con legumi, con qualche spezia, con un buon soffritto. E anche il più anonimo misto di n verdure cambia faccia senza grossi sforzi.
b. Si ricorre ai piatti pronti. Qualche sera fa mi ha chiamata il mio amico F. di Roma. F. è uno di quegli esseri umani ai quali è impossibile non volere un gran bene perché è proprio una bella persona ma ai quali, al tempo stesso, si avrebbe una gran voglia di dare una affettuosa raddrizzata. In particolare, io vorrei costingere il bellissimo F. a frequentare un corso di cucina. Negli anni in cui ci siamo frequentati, quando anche lui viveva qui al Nord (ci sono dei pazzi scatenati che da Roma e dintorni vengono quassù: io ne conosco un certo numero. Qualcuno, grazie al Cielo, non mette radici e ritorna sui suoi passi), F. lo vedevo sempre fare colazione al bar (cappuccino nel bicchiere di vetro, caro F. ti annuncio che da un po’ di tempo a questa parte mi è presa questa piccola mania anche a me, ma mi vergogno a chiederlo al barista e ci penso a casa J), pranzare al bar (come tutti noi, del resto) e, orrore!, comperare la cena in rosticceria. Il povero F. deve avermi odiata, visto che decine di volte gli ho fatto la predica e i conti in tasca (“Ti ci vorrebbe una mamma come me… Impareresti a cucinare, eccome! Ci parlo io con tua madre!”)- Abbasso le rosticcerie. Ma poi, anni dopo, ho scoperto il banco gastronomia calda del supermercato sotto casa. E ogni tanto, alla fine di una giornata estenuante, cedo alla tentazione della vaschetta di pollo e patatine o di gnocchi alla romana. Quando F. mi ha chiamata, qualche sera fa, mi ha colta sul fatto, mentre mangiavo un piatto pronto. Non potrò mai più criticare le sue incursioni in gastronomia. E’ finita un’era.
c. Si cucinano cose che non richiedano nessuno sforzo. Vedi: insalata, spaghetti al pomodoro, broccoli. L’altra sera ho dovuto cucinare per una cena. I secondi sono sempre un dramma. Io non li amo, da brava pastasciuttara e, se non sono costretta dalla presenza di ospiti, di sicuro per me non mi metto a cucinare piatti di carne elaborati. Ma, dicevo, avevo vari ospiti e nessuna idea. Solitamente ricorro a ricettari, riviste specializzate e, talora, Google. Ma l’altra sera ho fatto uno sforzo diverso e bellissimo: ho pensato ai piatti che andavano a casa mia, quando trovavo la pappa pronta. E mi sono tornati alla memoria gli involtini della mamma. Posso ancora sentire il profumo della salvia e l’aroma del vino bianco, e le parole “Attenti agli stuzzicadenti”.
Involtini della mamma
Quando si fanno gli involtini, la cosa bella- in teoria- è che non si sbagliano le dosi.
Contate tre involtini a testa, per una cena in cui sia ovviamente compreso dell’altro. Qualcuno ne mangerà uno in più, qualcuno uno in meno, e non ci saranno problemi.
Per ogni involtino occorre: una fettina sottile di carne di vitello o manzo, una fettina di pancetta affumicata o steccata, una foglia di salvia, un pizzico di sale o di aromi, uno stuzzicadente.
Si prende la fettina, la si sala, vi si stende sopra la pancetta e la salvia, la si arrotola e la si fissa con lo stuzzicadente.
Finite le fettine, si passano gli involtini nella farina bianca e li si fa soffriggere in un po’ di olio nella pentola a pressione. Poi si bagnano di vino bianco, lo si fa evaporare, si aggiunge un bicchiere di acqua e un po’ di dado e si lasciano cuocere una quarto d’ora nella pentola a pressione.
Fine.
Sono banali e buonissimi.
Dicevo che la cosa bella è che non si sbagliano le dosi. Ehm… Il macellaio, furbone, mi ha dato anziché venti fettine da involtini venti bistecche. Sottili ma grandi come una stecca di Milka, cioè il doppio del necessario. Quindi mi sono trovata con un sacco di carne: era giunto il momento di sperimentare.
Primo giro: involtini classici. Nella cucina si sparge il profumo dell’infanzia, bello e inconfondibile.
Secondo giro: trito tutta la pancetta che avanza, trito la salvia, aggiungo un po’ di odori vari e faccio cuocere in un soffritto ricco di cipolla.
Terzo giro. Al posto del brodo metto una scodella di acqua nella quale ho fatto sciogliere del concentrato di pomodoro. Aggiungo peperoncino. Anche in questo caso, vai con la cipolla (che adoro).
I migliori? Quelli della mamma, ma già si sapeva!
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