domenica, marzo 13, 2005

LE INVASIONI BARBARICHE vs BIG FISH

Finalmente ieri sera, venerdì, ho visto Le invasioni barbariche.
Ci sono cose (film, città, libri, cibi e vini, per fare qualche esempio) che non adrebbero mai paragonate ad altre della stessa categoria, lo so.
Ma è impensabile vedere Le invasioni barbariche e non pensare a Big Fish o viceversa. Certo non sono film simili, proprio no, ma entrambi trattano il delicato tema della morte. In entrambi i film ci sono dei figli che vivono in Europa, mentre i genitori stanno in America. In Francia sta il figlio di Big Fish, in Gran Bretagna quello delle Invasioni. Entrambi i ragazzi hanno un pessimo rapporto con il padre. Entrambi stanno con donne carine e pensano a un bimbo più o meno in arrivo. Entrambi i padri stanno per morire. E da qui parte la vicenda.
I due film sono nati a distanza di poco tempo l’uno dall’altro: non posso fare a meno di pensare che il tema della morte vista come fatto che, se vissuto da vicino, può scuotere e cambiare le nostre vite, ecco, che questo tema sia particolarmente sentito anche da chi fa cinema.

Sull’essere lontani al momento della scomparsa di un genitore e/o di altri cari e su quello che ne deriva in termini di disperazione e/o senso di colpa potrei forse scrivere qualche trattato tanto sono preparata in materia, ma quello sul quale vorrei invitarvi a riflettere è invece il fatto che l’esserci, in un momento simile, è visto come una situazione da cui può nascere un film. Qualcuno mi obietterà che i film prendono spesso spunto dalla realtà: non devono necessariamente raccontare storie fantastiche o casi limite.
Ma io vi dico: guardate questi due film e ditemi se non è vero che questi due figli vengono descritti come due mezzi eroi solo perché mollano tutto e volano al capezzale di papà.
Mi fermo qui.

JAPPO-COPERTINE
Il mio amico M. mi ha detto che gli sono venuti i sensi di colpa per i soldi che ho speso per lui da FNAC. Ancora non sa che gli ho preso anche una cosina da Muji, visto che fra qualche giorno compie gli anni. Una cosa piccola ed economica, ma utile per tenere quei venticinque cd che è venuto a masterizzare a casa mia (metti questo, togli quello, aggiungi questo, fammi sentire quello che vedo se tenerlo) e che porterà con sé quando la vacanza italiana finirà. Non sa che Muji significa “No logo”, e non sa che visto che non c’era, il logo gliel’ho fatto io col pennarello blu, quello indelebile da cd. Mentre decoravo il portacd ho pensato che sarebbe bellissimo se i libri non avessero copertina, fossero bianchi, tutti uguali, giusto col titolo e l’autore, e potessimo creare noi la copertina, disegnandola a mano o componendola col pc come ci piace. Poi ho ripreso in mano Il rumore della pioggia a Roma e mi sono quasi commossa a guardare la sua bella copertina. Ho pensato che la cosa bella sarebbe creare le copertine per le case editrici. W i progetti grafici. Qualcuno ne sa qualcosa di più? Come nasce una copertina? Scrittori, raccontatemelo.
E voi, lettori, ditemi: qual è la vostra copertina del cuore!

Presto, la mia classifica.

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