giovedì, marzo 10, 2005

DO YOU SPEAK JAPANESE?
Ricordo quando C. diceva “A Londra si trova tutto, ma Parigi è più bella”.
Lo stesso confronto vale tra Milano e Roma. Roma probabilmente non è sempre più bella, in compenso a Milano ci sono sempre più cose.
E purtroppo c’è una ragione in meno per andare a Londra o a Parigi: è arrivato Muji anche qui. L’altro giorno per lavoro mi trovavo lì vicina, praticamente attaccata, e ho dovuto farci un giro. Raramente entro da Muji ed esco a mani vuote. A volte anche con € 1,50 trovo qualcosa che mi soddisfa.

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E’ tantissimo che non parlo di musica…

AMORE IMPOSSIBILE

Su una rivista della scorsa settimana, credo fosse Vanity Fair, ho letto una cosa che mi ha un po’ turbata.
Una giovane attrice ha dichiarato in un’intervista che la cosa che fa più soffrire è non riuscire a ricambiare l’amore di qualcuno.
Io trovo che possa far soffrire vedere qualcuno che soffre (la sympàtheia, in greco, è proprio questo: provare le stesse emozioni, gioiose o dolorose che siano, in una comunione che ritengo beata), a tutti i livelli, ma c’è una cosa ben peggiore del non riuscire a ricambiare l’amore di qualcuno: vedere che il proprio amore non è ricambiato. Non ricambiare l’amore non è un problema invalidante, non essere amati lo è, eccome. Ci annienta, ci devasta, mentre il dio-in-terra che non ricambia il nostro amore sta con un’altra (bella, naturalmente, occorre dirlo?) senza soffrire poi così troppo.
Penso a tutte queste cose mentre ascolto Amore impossibile (ha un ritmo bellissimo questa canzone, mi stupisce sempre il modo in cui si dispongono, sulla melodia, le parole) dei bravi Tiromancino e mi scappa la lacrima. Questa storia l’ho già sentita.

non perdere la voglia di volare perché l’amore è amore impossibile, quando non riesci a inseguire l’irraggiungibile, senso* di libertà oltre le stelle e il cielo che è nascosto sul fondo dell’anima.

E mentre la lacrima scivola giù, chiama P.. Con lui una risata ci scappa sempre: indispensabile rispondere!

* per la verità il cantante da buon romano dice “senzo”.


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GOOGLE E IL TEMPO DA RITROVARE

Ci sono delle cose che Google dovrebbe, di default, impedirci di cercare, di fare.
La prima, la più importante, è mettere nello spazio di ricerca il nome dei vecchi fidanzati. Si potrebbero scoprire cose pazzesche, ma pazzesche proprio.
Quando ho messo in Google il nome e il cognome di F., un romano che a suo tempo mi era piaciuto un sacco [“Mi piaci un sacco” mi aveva detto accanto a una cabina telefonica. “Penso che anche tu mi piaccia un sacco” (la solita complicata). “Ah, ma si dice ‘mi piace un sacco’ anche al Nord? Pensavo che si dicesse** solo a Roma”. Con un’uscita del genere avrei già dovuto lasciar perdere, e invece l’amore è cieco e sordo.] e anzi ho amato proprio tanto, prima di capire che certi uomini ti considerano una loro proprietà, pur amandoti.
Google mi ha fatto leggere cose incredibili. Non sapevo se ridere, senz’altro sono rimasta a bocca aperta davanti al monitor e mi sono passata una mano fra i capelli.
Ma soprattutto Google mi ha mostrato una foto. F. è ingrassato, negli ultimi tempi, persino più di Max Pezzali (non so se l’avete visto con DJ Francesco a Sanremo). Ha questo faccione enorme e un collo largo come quello di Barbara De Rossi o Eva Sagramola. Ed è ancora più stempiato. E ha un sorriso ebete, forse effetto di questa faccia dilatata da grandangolo.
Mi chiedo come sarebbe stata la bambina sulla quale ogni tanto fantasticavamo, per un certo tempo. Forse somigliante a lui? Faccione?
Ecco, così mi sono ritrovata a pensare a quanto mi piacerebbe essere una mamma, faccione o non faccione, e spararmi un anno di maternità a scaldare biberon di latte, scegliere tutine alla Chicco, cantare ninne-nanne, cercare somiglianze, ma anche, mentre il piccolo Francesco dorme, leggere, guardare film, fare torte, ascoltare un po’ di musica in tutta calma, andare in centro a fare spese, mettermi su una panchina del parco a prendere il sole leggendo Vanity Fair. Insomma, per ora, si è capito, mi basterebbe un anno libero, senza l’assillo della sveglia, del lavoro, dell’”Oddio dopodomani è lunedì”, senza stress inutili. Un anno sabbatico, per girare il mondo, vedere tutti i dvd possibili e leggere-leggere-leggere, e studiare le cose che ci piacciono, e andare a trovare tutte le persone che ci stanno lontane.
Ci sono delle cose che Google dovrebbe, di default, impedirci di cercare, di fare.

** per la verità F. da buon romano diceva “pensavo che si diceva”.


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Quando stavo a Roma avevo uno spray antismagliature (si può dire? Tanto chi mi conosce?) di marca Venus. Dopo ogni doccia me ne spruzzavo un po’ in loco e lo facevo assorbire “con un leggero massaggio circolare”. E il profumo di quello spray è collegato a un mare di emozioni. Un po’ amorose, non neghiamolo, ma molte anche ambientali. I raggi di sole – di quel sole romano caldo anche d’inverno- che mi colpiscono, attraverso le tende, mentre mi vesto. L’aria frizzantina della primavera, che sa di tigli, di fiori, di natura. I parchi delle ville (le mie preferite? Una in centro, con le sue stradine e la sua vista sulla città, e poi un’altra a Roma Nord –la Roma che amo di più- con il laghetto e il bosco di pini marittimi. Unforgettable). Le cene a Trastevere. Non riuscire a resistere alla voglia di canticchiare “sceji tutte le stelle più brillarelle che poi…”.
L’altro giorno ho comperato, senza proprio farci caso, un'altra crema della stessa marca. E stasera, dopo la doccia calda, l’ho aperta e, oltre alla crema, è uscita Roma, prepotente. Per pochi euro, non credevo fosse possibile tornare indietro negli anni, e pensare con così tanta tenerezza al passato. Poi però mi sono ricordata di questo libro che ho letto da poco, e a quello che ne avevo scritto… E quindi via con questa piccola, finta recensione.

…READING IN THE RAIN

Qual è la città alla quale apparteniamo? Quella dove nasciamo? Quella in cui viviamo da giovani? Quella in cui ci trasferiamo dopo le nozze?
Io penso che la città cui apparteniamo sia quella che ci ruba il cuore.
E a rubarmi il cuore, anni e anni fa, è stata Roma.
Nel corso del tempo ci sono tornata tantissime volte. Di passaggio, in vacanza o per starci per un bel po’. Ho scoperto i bar migliori (spero) per bere un caffè fantastico e ho sperimentato diversi ristorantini. Mi sono fatta viziare dai miei ospiti locali con cene-cenette-pasticcerie-cinema-pub-localacci-pizza bianca e pizza rossa-maritozzi-supplì-vino dei castelli sfuso o in bottiglia, con i “Ti porto allo Zodiaco” da ragazzini e i “Da me o da te?” da grandi. Ho girato Roma a piedi, in tram, in autobus, in scooter, in macchina, di giorno e di notte. Ho visto tanti quartieri, in centro e in periferia. L’ho esplorata: peccato sia enorme, sennò potrei dire di averla vista tutta, angolo per angolo, viuzza per viuzza. Ma per vederla tutta non basterebbe una vita!
Cosa mi mancava? L’essere romana. Quello, mai. Non lo sono e non mi ci sento. Molti romani sono simpatici, solari e disponibili. Non tutti sono così ironici come tutti credono invece di essere, e anzi a volte le loro uscite da finti simpaticoni sono veramente irritanti, ma raramente hanno il muso lungo e, credetemi, questa è una delle ragioni per le quali vale la pena vivere. Però, anche se mangio i loro piatti e un po’ li so anche cucinare, anche se conosco i loro modi di dire, anche se quando giro con la amica romana M. lei si arrabbia perché non riesce mai a portarmi a visitare qualcosa che per me sia completamente nuovo, ci divide una distanza enorme, una distanza che un po’ ci mettono loro, orgogliosi di stare nel posto più bello del mondo, e un po’ ovviamente esiste, ed è incolmabile. E quando stai in un posto che adori, ma sei An English man in New York, ci sono giorni nei quali veramente sogni la fuga da quanto ti senti un alieno.
E alieni, in qualche modo, si sentono i protagonisti de “Il rumore della pioggia a Roma”. di John Cheever. E’ un libro breve, solo tre racconti, ma molto denso, e intenso. Leggerlo senza conoscerne molto mi ha aiutata ad amarlo di più, e per questo mi fermo qui.
Scrivetemi i vostri commenti, se vi va.
Baci

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