TRIBU’ URBANE
Autore: Ethan Watters
Titolo: Urban Tribes (La generazione che sta ripensando amicizia, famiglia e matrimonio)
Casa editrice: Mondadori (Strade blu)
Prezzo: € 14
Un ragazzo americano intervistato dall’autore ha detto che “appartenere a una tribù [urbana] è come avere una madre italiana che cerca di sistemarti e, quando non cerca di sistemarti, vuole sapere con chi sei e che cosa fai, e se pensa che la ragazza con cui stai non vada bene, te lo dice chiaro e tondo” (pag. 188).
Per noi che una mamma italiana ce l’abbiamo, il libro potrebbe tranquillamente concludersi anche qui: sintetico e chiaro al punto giusto.
Ma facciamo comunque un passo indietro.
Ethan Watters, giornalista statunitense di trentasette anni, in un pezzo per una rivista conia senza pensarci troppo l’espressione “tribù urbana” per riferirsi a quei gruppi, più o meno numerosi, di amici che, soprattutto nelle grandi città, sostituiscono per molti versi (e per molti anni) la famiglia dalla laurea all’eventuale matrimonio.
La sua trovata non passa inosservata e lui viene invitato in tv per esplicitare meglio il concetto. In verità non ha le idee molto chiare, la sua è stata una frase semplicemente buttata lì, ma un po’ da tutto il mondo, prevalentemente anglosassone, iniziano ad arrivargli email di giovani che raccontano la loro, di tribù urbana. Ed è cercando dei denominatori comuni tra questi messaggi ed approfondendo per conto proprio determinate tematiche che Watters finisce per farsi un po’ di chiarezza. E’ così che nasce “Urban Tribes”, saggio piacevole sebbene non di grandi pretese, nel quale vengono prese in considerazione ed analizzate le dinamiche all’interno di gruppi di amici abituali, e gli atteggiamenti di questi ultimi che influenzano i suoi membri e aspetti importanti della loro vita, dall’autostima alla solidarietà, dalla vita sentimentale al loro ruolo nella società.
Ethan Watters è, purtroppo per lui, un giornalista e non un sociologo, cosa che gli sarebbe giovata non poco nello scrivere di un tema così interessante: per questa ragione qua e là pecca di un presappochismo clamoroso. Presappochismo che tutto sommato gli si perdona volentieri, grazie alla quantità di aneddoti simpatici e veritieri che ci offre e alle idee, senz’altro da approfondire, che abbozza.
IL VALORE DEI LIBRI
Qualche pomeriggio fa ero da Feltrinelli.
Ho scoperto, e ve lo segnalo, che fino a metà settembre sarà possibile, solo presso Feltrinelli, acquistare un Oscar Mondadori con il 15% di sconto, e tre Oscar Mondadori con ben il 30% di sconto. Io non ho approfittato della promozione perché ho un quantitativo spaventoso di libri da leggere, acquistati nei mesi scorsi e lasciati da finire o ancora da iniziare; in compenso, mentre mi guardavo intorno a caccia di qualche input interessante, mi sono divertita a fare una specie di giochino con me stessa.
Oltre ai libri che per n ragioni non ho ancora acquistato, ho preso in mano anche quelli che ho già letto, chiedendomi:
”Quanto sarei disposta a spendere, col senno di poi, per questo libro?”.
La domanda non è utile ma nemmeno, se ci pensate, banale.
Il giudizio su un libro è in sé assolutamente soggettivo, ma ciascuno di noi è in grado, in qualche modo, di ordinare in una scala una serie di libri. La tecnica della scala, molto amata dai sociologi, è una tecnica che noi esseri umani utilizziamo in continuazione senza nemmeno accorgercene.
“Il miglior libro di quell’autore è, secondo me, questo” e “Non leggere quel libro, tieni piuttosto quest’altro” ne sono due esempi concreti.
Il prezzo di un libro è senz’altro determinato da molti fattori dei quali non parlerò, dal momento che io stessa non ne conosco che alcuni e per di più in maniera molto superficiale (ma se qualcuno volesse illuminarci...).
Una cosa è certa: nessuno tiene conto dell’effettiva qualità dei contenuti quando si tratta di decidere quanto far pagare un saggio o un romanzo.
Ma per noi, che prezzo ha un libro?
Sono sicura che se a ciascuno di noi venisse offerta una grossa cifra in cambio di un libro della nostra libreria non più disponibile sul mercato, non saremmo disposti a venderlo. Se il libro ci avesse fatto schifo magari ci penseremmo un po’ su, ma forse non più di tanto (amenoché non si parli di qualche migliaia di euro per “Va’ dove ti porta il cuore”, per il quale pagherei per non averlo mai comperato – e infatti ora che ci penso non l’ho comperato. Fu un regalo!). Se il libro fosse tra i nostri preferiti, non avremmo alcun dubbio.
Ma se ci fosse offerta la possibilità di tornare indietro nel tempo e pensare a quanto saremmo disposti a sborsare per un libro già conoscendo il nostro gradimento al riguardo?
Ho scoperto delle cose interessanti, almeno per me.
Il meraviglioso “Ti prendo e ti porto via” di Niccolò Ammaniti, uno dei libri più belli - a mio avviso -della narrativa italiana, costa € 8,70 (e oltretutto è un Oscar Mondadori, per cui lo si può avere anche per sei euro circa) mentre sarei disposta a dargliene tranquillamente quattordici o quindici. Altro ottimo acquisto, ottimo veramente, si è rivelato “Il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupéry: prezzo di copertina € 6,50, l’ho pagato ancora meno grazie a un’offerta speciale. Non vi pare che per questa chicca si potrebbe pagare pure di più (ma diciamolo piano, che non ci sentano alla Bompiani, casa editrice solitamente molto più cara)?
Viceversa, mentre mi aggiravo tra i tavoli, non mi capacitavo di aver speso € 12,00 per “Il giro del mondo in aspettativa” di Andrea Bocconi, che oggi a) cercherei piuttosto di farmi prestare da qualcuno, b) pagherei al massimo, ma dico al massimo, € 7,75 (15.000 lire del vecchio conio, direbbe Bonolis).
E in questo modo ho avuto ancora una volta la bellissima conferma che un buon libro non ha un prezzo, se non quello che gli dà chi lo legge. Altro libro da “Ma cosa mi è venuto in mente quella volta?” è stato “L’importanza di essere amati” di Alain de Botton. Sebbene debba ultimarne la lettura, devo ammettere che non è affatto male. Il problema non è lui, poverino, ma il suo prezzo, assolutamente esagerato se confrontato con altri libri dello stesso de Botton acquistati in edizione economica “Le Fenici” della stessa Guanda. Quindici euro? Quindici euro solo per non aver aspettato l’edizione economica del prossimo anno? E’ un po’ la sensazione che si prova nel vedere scontato del 50%, durante i saldi, un maglione che si è comperato a prezzo pieno tre mesi prima per metterlo ben una volta. Ne valeva la pena?
Carino questo giochino, nevvero?
Fatelo, e fatemi sapere le vostre scoperte!
Ciao, l’Agg
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