I MIEI MARTEDI' COL PROFESSORE
Autore: Mitch Albom
Titolo: I miei martedì col professore
Casa Editrice: BUR
Prezzo: € 6,50
“Le lezioni avevano luogo il martedì, e iniziavano subito dopo colazione. L’argomento era «Il significato della vita». Il docente attingeva alla sua esperienza”.
A pronunciare queste parole è l’autore, e narratore, di questo libro tanto speciale, che ha voluto così raccontare al mondo intero il ciclo di lezioni che gli ha rivoluzionato la vita, nella speranza che la cambi anche a chi leggerà la sua opera.
Protagonisti di questa storia sono dunque Mitch, giornalista sportivo alla soglia dei suoi primi quarant’anni, e Morrie, suo indimenticato insegnante di sociologia all’università che, pieno di vita e non ancora settantenne, si trova a lottare contro una malattia neurologica rara e incurabile.
Mitch e Morrie si rivedono, nonostante le promesse del giorno della laurea del giovane allievo, solo sedici anni dopo l’ultimo incontro: a permettere a Mitch di venire a conoscenza della malattia del suo professore è un intervento televisivo di quest’ultimo.
Scosso dal racconto dell’uomo, Mitch prende l’aereo e vola dal Michigan al Massachusetts per riabbracciarlo.
Iniziano così gli incontri tra i due. Hanno luogo dapprima ogni tanto, poi, nonostante vivano tanto distanti, ogni settimana: ma sempre di martedì. “Siamo gente da martedì”, dice Morrie, ricordando che le sue lezioni di sociologia si tenevano di martedì e anche il ricevimento degli studenti, così come i loro incontri quando Mitch stava preparando la tesi.
Lo scopo è, per Morrie, quello di lasciare la sua eredità spirituale, e di farlo ad una persona che ha amato e stimato tanto da considerarla come un terzo figlio: “Io voglio parlarti della mia vita. Voglio parlartene prima di non poterlo fare più (...). Voglio che qualcuno senta la mia storia. Vuoi essere tu, quel qualcuno?”.
Come dire di no? Ogni martedì ha un tema: dalla famiglia al mondo, dai soldi ai rimpianti, e settimana dopo settimana abbiamo modo di conoscere la vita, dura ma densa di avvenimenti, del professore, e quella agiata ma irrequieta dell’alunno. Impariamo a conoscere entrambi, ma è di Mitch che ci innamoriamo, perché ci rende partecipi del suo sentire, della semplicità e della grandiosità della sua vita, e ci trasmette la serenità e la forza che, nonostante e anzi grazie alla malattia, permeano la sua esistenza. Poche parole, ma dette con quella sicurezza che solo la certezza della verità sa darci, bastano per farci mettere in discussione noi stessi dalla a alla zeta, e per farci interrogare sul senso della nostra condotta di vita e sul senso che le attribuiamo.
E poi la capacità di Mitch di ascoltare chi ha davanti: “Perché credi sia importante per me ascoltare i problemi degli altri? Non ho abbastanza sofferenza e dolore di mio? Certo! Ma dare agli altri è quel che mi fa sentire vivo. Di sicuro non la mia macchina o la mia casa. Né quel che vedo allo specchio. Offrire il mio tempo, far sorridere qualcuno che prima era triste, è quanto di più vicino a sentirni sano io potrò mai provare. Fa’ il genere di cose che ti vengono dal cuore. Quando le farai, non ne resterai insoddisfatto, non sarai invidioso; non desidererai le cose altrui. Al contrario, sarai sommerso da quel che ti verrà in cambio”
Passano le settimane e i mesi, e peggiora lo stato di salute del professore: la sua malattia è “come una candela accesa: liquefa i nervi e riduce il corpo a un mucchietto di cera. (...) Alla fine, se si è ancora vivi, si respira da un tubicino infilato in gola mentre l’anima, completamente sveglia, è imprigionata in un molle involucro senza valore”.
Dice Morrie della sua malattia: “E’ orribile vedere il mio corpo che avvizzisce lentamente e si riduce in niente. Ma è anche meraviglioso perché ho tutto il tempo per i commiati. Tanta fortuna non capita a tutti.”. Naturalmente parole simili non possono non scuotere chi legge e portarlo a chiedersi quale sia il segreto di tanta serenità. E’ ancora Morrie a fornirci la risposta che cerchiamo: “Quando stai per morire, capisci che è tutto vero. Abbiamo tutti lo stesso inizio - la nascita - e la stessa fine- la morte. In che cosa dovrebbe consistere la nostra diversità? Investi nella famiglia umana. Investi nella gente. Metti insieme una piccola comunità di coloro che ami e che ti amano. (...). Al principio della nostra vita, quando siamo bambini, abbiamo bisogno degli altri per sopravvivere, no? E alla fine della vita, quando si diventa come me, si ha bisogno degli altri per sopravvivere, vero? Ma eccoti il segreto: anche nel periodo che sta tra il principio e la fine abbiamo bisogno degli altri”.
Poi, alla fine, arriva l’ora della morte, e con essa anche il momento dell’addio tra il professore e l’alunno, il malato e il sano, il saggio e lo stolto. L’autore lo racconta così: “Gli si rimpicciolirono gli occhi e cominciò a piangere, con il viso che si contorceva come quello di un bambino che non ha ancora imparato come funzionano i dotti lacrimali. Lo tenni stretto parecchi minuti. Gli carezzai la pelle avvizzita, gli passai le dita fra i capelli. Gli posai il palmo di una mano sul viso, sentii le ossa appena sotto la pelle e poi la rugiada delle sue lacrime, minuscole e liquide perle che parevano scaturire da un contagocce”.
Una parte di Mitch muore senz’altro con Morrie, ma “quando si è imparato a morire, si è imparato a vivere.”. Ed è con questa nuova consapevolezza che andrà avanti.
Nessun commento:
Posta un commento