"MI PIACCIONO I LIBRI, MA MI PIACE DI PIU' LA GENTE CHE LI LEGGE"
Più passa il tempo e più si fa strada nella mia mente l’idea che ciascuno abbia il diritto di scegliersi in piena autonomia i libri da leggere.
Apro una parentesi: c’è gente che ama farsi consigliare i libri da amici, parenti, librai, bibliotecari, giornali e pubblicità varie. Assolutamente nulla contro queste persone, che però, penso io, si perdono un qualcosa di bello.
Chiusa la parentesi.
Quando poc’anzi ho parlato di diritto, pensavo a tutte le volte che regaliamo un libro aspettandoci che il destinatario lo metta in cima alla sua pila, lo legga con avidità e, all’incontro successivo, ci dica “Oh, bello il tuo libro”, e a tutte le volte in cui chiediamo agli altri se abbiano letto un libro o un altro, nonché a tutte le volte in cui, interrogata sulla stessa questione, mi sono sentita vagamente inferiore nel rispondere negativamente.
E’ giusto che ciascuno si scelga i propri libri innanzitutto perché è bello farlo e poi perché scovando i libri da soli probabilmente si aiuta il nostro destino a compiersi, senza mediazioni da parte di terzi (*).
Un anno fa, più o meno, l'aggiornalista dedicò un post alla scelta dei libri, ai mille stimoli che riceviamo prima dell’acquisto e che lo influenzano. Ben vengano (**). Ma non priviamoci, almeno ogni tanto, della possibilità di farlo noi per noi stessi.
Ci sono però delle volte in cui vale la pena di farsi consigliare. Ed è quando abbiamo l’occasione di avere a che fare con un lettore speciale o con uno scrittore.
A volte qualche amico/a chiede a me consigli letterari. Al massimo mi limito a dire cosa sto leggendo in quel momento, o cosa ho acquistato per le letture dei giorni successivi, ma evito di cadere nel tranello del “siccome ti conosco, so che questo ti piacerà”: in questo io non ci credo molto.
Viceversa, io che detesto chiedere consigli in giro perché so che tanto finché non sono convinta di una cosa non la faccio, adoro di tanto in tanto (di tanto in tanto= non sistematicamente) farmi consigliare un libro dalle persone che dico io.
Poi vado in libreria, guardo il libro, lo giro, lo rigiro, guardo il prezzo, guardo la casa editrice, guardo il carattere con cui è scritto, guardo tutto quello che c’è da guardare, leggo un po’ la quarta di copertina e, se mi sembra il caso (generalmente 2 volte su 3), me lo porto a casa (dopo essere passata regolarmente dalla cassa, intendiamoci!).
Questo succede con due-tre persone al massimo, ma c’è poi un’altra, intera, categoria di consiglieri che adoro: i miei scrittori preferiti (o che stimo particolarmente anche dopo un solo libro).
Quando parlano loro, è come quando il Papa parla ex cathedra. Ha ragione lui. Hanno ragione loro. E non si discute.
L’ultimo libro me l’ha consigliato Jonathan Franzen. Non è che io e Jo ci conosciamo -mi piacerebbe molto incontrarlo ma i tempi non sono ancora maturi-, ma lui, siccome è bravo-intelligente-arguto, viene chiamato talora ad esprimersi su un libro o su un autore, e quello che dice finisce in quarta di copertina o nelle prefazioni. E a quel punto io mi sciolgo come un cioccolatino al sole.
Se è piaciuto a Franzen, piacerà anche all’aggiornalista.
E’ successo con il libro esposto in breve dopo questa lunga premessa.
Non succede sempre (***), però, e io mi ritrovo a chiedermi: ma perché perché perché?
La proprietà transitiva nella lettura non vale, amici miei.
Ma se vi verrà voglia di leggere un libro solo perché avrete letto le mie quattro, entusiastiche righe di commento, e quel libro vi conquisterà, avrà avuto luogo un piccolo miracolo, e i miei pensieri e i vostri, il mio cuore e il vostro, si saranno incontrati.
(*) Qualcuno ribatterà che certi libri non abbiamo nemmeno la possibilità di vederli in libreria, o ce n’è una copia e per giunta nascosta... Insomma qualche volta sono le case editrici che scelgono per noi. E’ vero, è così. Limitiamoci a parlare dei libri che finiscono in libreria, indipendentemente dalla loro posizione, sennò impazziamo.
(**) L’aggiornalista è una che raccoglie stimoli dappertutto, se è per quello. Ogni tanto vado all’ipermercato. E’ una operazione che di tanto in tanto si rende necessaria, ma che al tempo stesso mi rilassa moltissimo. Molto spesso, que viva el marketing, il reparto libri si trova all’ingresso, quando ancora non abbiamo fretta di arrivare alla cassa e non abbiamo surgelati nel carrello che ci impongano di raggiungere il più velocemente possibile il congelatore di casa.
Quando vado all’iper, quindi, mi fermo a guardare i libri. Qualcuno a volte lo compero, ma malvolentieri, perché mi sembra di fare un torto ai librai. Generalmente faccio un’altra cosa. Estraggo il cellulare dalla borsa, e mi scrivo un promemoria del libro che mi interessa. Poi, passato un po’ di tempo, lo compero in libreria.
(***) Avete provato a leggere Pessoa solo perché piace a Tabucchi? Io sì: volevo morire.
QUELLO CHE RIMANE
Autore: Paula Fox
Titolo: Quello che rimane
Casa Editrice: Fazi Editore
Prezzo: € 13,50
Può la trama di un grande romanzo nascere, svilupparsi e reggersi in piedi grazie a un morso di gatto?
Se a scrivere il romanzo è Paula Fox, evidentemente sì.
Sophie, traduttrice quarantenne, vive a New York con Otto, suo marito, di professione avvocato.
Un venerdì di inverno, mentre sta dando da mangiare a un gatto randagio nel retro della sua casa, questi la aggredisce, procurandole una ferita alla mano. Inizialmente sembra una cosa da niente, ma poi gonfiore e dolore fanno preoccupare Otto e poi anche Sophie. E poco alla volta si fa strada, nella mente della donna, la possibilità di aver contratto la rabbia e di essere a rischio di morte.
Ma sul dubbio prevale la paura di sapere la verità, e così la donna continua apparentemente la sua vita di sempre, tra serate con gli amici e discussioni col marito. Il quale, a sua volta, proprio in quei giorni rompe il suo sodalizio professionale con un amico e collega di sempre, facendo innalzare il livello di tensione della coppia in quello che poteva essere un fine-settimana come tanti.
La coppia, in cui ciascuno dei membri ha una identità ben definita e una personalità in qualche modo affascinante, ma che assieme non fa certo scintille, entra così in un weekend che sarà l’occasione buona per ripensare, individualmente, al proprio passato di luci e ombre, e, insieme, il proprio futuro.
Sarà roseo o oscurato da nubi?
Per saperlo bisognerà aspettare il lunedì, quando Sophie, che nel frattempo si sarà decisa a farsi vedere dal Pronto Soccorso, saprà l’esito degli esami fatti sul gatto, e Otto avrà rimesso piede nel suo studio legale.
Una vicenda quotidiana, semplice e reale che, dipinta dalla sapiente mano di Paula Fox, offre l’occasione per mettere a punto un capolavoro.
La scrittrice sa descrivere ambientazioni e scene di banale normalità dando loro la sfumatura giusta, senza sbavature e senza sprecare colore.
I dialoghi sono realistici, mai scontati, pieni talvolta di quella paradossalità che investe le vite di ciascun essere umano.
Fox scrisse questo romanzo alla soglia dei cinquant’anni (ora ne ha più di ottanta), nel 1970, forse senza intuire che non sarebbe passato facilmente di moda, ma che anzi avrebbe acquistato maggior valore in un tempo come quello odierno, devastato dai dubbi e dalla precarietà e caratterizzato dalla diffusa difficoltà di camminare in equilibrio sul filo delle nostre relazioni personali.