Oggi tocca a una canzone e una ricetta.
Assieme perché sono state contemporaneamente compagne dell'ultima mezzoretta trascorsa in cucina.
La canzone è Il mondo che vorrei di Vasco Rossi.
Ciascuno vorrebbe il mondo a modo suo, e infatti anche Laura Pausini ha scritto una canzone con lo stesso titolo. Non fatemi dire quale io preferisca. OK lo dico. Vasco 1000-Pausini 0 (almeno per questa canzone). Poi c'è anche il mondo che vogliamo di Emergency, anch'esso condivisibile e nonostante l'indicativo al posto del condizionale comunque lontano dalla realtà.
Il mondo che vorrei di Vasco potrei (vorrei) averla scritta io, specialmente per quello che non si direbbe che direi e quando sono qui che ripartirei.
Chi mi conosce lo sa. Sempre un pensiero avanti. Sempre un ricordo indietro. Sempre quell'irrequietezza che quelli dei segni d'aria sanno bene cosa sia.
Ed è proprio quello che non si potrebbe che vorrei
ed è sempre quello che non si farebbe che farei
ed è come quello che non si direbbe che direi
quando dico che non è così il mondo che vorrei
e ancora
Ed è proprio quando arrivo li che già ritornerei
ed è sempre quando sono qui che io ripartirei
ed è come quello che non c'è che io rimpiangerei
quando penso che non è così il mondo che vorrei.
Questa sera ci sono qui a cena degli amici.
La maggior parte della giornata è passata a rendere presentabile la casa e a prova di cinque pargoletti di età media 4 anni lo spazio loro dedicato, dove spero che entrino ed escano tutti sani e salvi a fine serata.
Quando ci sono di mezzo i bambini pensare di cucinare come un tempo è un sogno.
La soluzione ognuno fa/compra qualcosa è l'unica possibile.
Poi ciascuno si ingegna a fare la cosa più veloce e apprezzata possibile.
Il nostro menu di questa sera potrebbe essere quello di un reparto d'ospedale, per certi versi. Un risotto al parmigiano (cioè senza niente, solo mantecatura con tanto formaggio alla fine), un gateau di patate (l'unico elaborato) e un dolce non ancora noto. La differenza con l'ospedale sarà nella qualità e nei vini che non ci faremo mancare, essendo questo un ritrovo di degustatori diplomati che non ricordano nulla delle degustazioni ma non hanno mai perso il gusto di bere, figli o non figli.
Il mio contributo si aggiunge al menu definito. Ho fatto questo sforzo perché mi ha richiesto il tempo de Il mondo che vorrei, forse di un pezzo della canzone dopo. Insomma nessuno sforzo.
Ecco qui, dunque, le prugne allo speck.
Una scatola di prugne secche
un etto di speck tagliato fino fino come la mortadella di Funari
Avvolgere le prugne in una mezza fetta di speck ciascuna e metterle man mano in una teglia da forno coperta rivestita di carta forno (così non avrete neanche la teglia da lavare).
Passarle qualche minuto nel forno caldo finché lo speck non si scioglie.
Una volta sono riuscita a fallire anche con questa ricetta elementare, carbonizzando le prugne nel forno troppo caldo di una cucina economica del secolo scorso. Ma sono quelle cose che capitano una volta nella storia, ed è successa a me.
State sereni.
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