Banana Yoshimoto è di quegli autori che o si odiano o si amano. Io, se non si fosse capito, la amo. Le voglio bene, più che altro, perché le devo da molti lustri il merito di costringermi periodicamente a confrontarmi con un qualcosa che è più grande da me in un'accezione diversa da quella cui sono abituata a dividere l'esistenza. Questo suo modo di raccontare storie, diciamocelo, irreali, spacciandocele però per vere e anzi convicendoci che sono vere io lo trovo paradossale ed irresistibile. Per quanto i rapporti dei protagonisti dei suoi libri siano assolutamente insostenibili si finisce comunque per sentirli veri e per sentirsi partecipi.
L'ultimo romanzo, Il lago, mi ha fatta stare male e immedesimare in ciascun personaggio, centrale o di passaggio che fosse.
Solitamente ci si affeziona a un personaggio, in questo caso mi sono riconosciuta in un pezzetto di ciascuno, nei suoi limiti e nei suoi slanci di umanità.
Lo consiglio, per un pomeriggio d'autunno a riscoprire quanto sia difficile, ma bello (o bello, ma difficile) aprirsi all'altro.

Nessun commento:
Posta un commento