Mentre scrivo sono in un bar di una periferia di una città del Sud (Italia). La peculiarità di questo locale è solo una: la desolazione.
Pensionati non troppo vecchi ma già sufficientemente annoiati, casalinghe mal vestite, con la sigaretta in mano e le borse del fruttivendolo sul tavolino, accanto alla tazzina del caffè.
I miei indicatori preferiti, limitatamente al nostro Paese, per valutare la tristezza e il livello culturale di una città, di un quartiere, di un’area sono il taglio di capelli delle signore e la fantasia delle camicie a maniche corte degli uomini. Queste due cose dicono tutto.
Qualcuno nota che sto scrivendo: è un signore di mezza età che prima chiede a uno se sia mai stato in Spagna (e una badante lì accanto si intromette per dire che con due ore di aereo si arriva anche a Kiev, volendo), poi domanda a un altro se la sera prima abbia visto la partita dell’Italia.
Quindi viene verso di me.
Mi dice: “Mia sorella scriveva così, come lei. Una scrittrice. Ovunque scriveva promemoria. Ma io non ci parlo, con mia sorella, perché scrivendo dice la verità. E la verità fa male e, scritta, rimane”.
Penso tra me e me che questo sia il bello della scrittura.
Il banco del bar è deserto, ora, ma il mio caffè al vetro ordinato un quarto d’ora fa tarda ad arrivare. Ma il tempo, qui, non esiste. E’ la verità, e non fa neanche male.
Nei prossimi giorni arriva Viskovitz, e non ce n’è per nessuno.
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