sabato, settembre 03, 2005

CHE TU SIA PER ME IL COLTELLO (come in una chat)

“perché non obbligano la gente a ottenere la licenza per l’uso di determinate parole, così come è richiesto il porto d’armi?”
Yair, in “Che tu sia per me il coltello”

Tra le letture di questa estate che sta finendo (e un anno se ne va!) ce n’è una che credo meriti una segnalazione più delle altre. Il libro in questione è “Che tu sia per me il coltello” dell’israeliano David Grossman.

Due le riflessioni:
1. Chi ha studiato una certa letteratura greca ma soprattutto chi ha avuto occasione di leggere il Libro dei Salmi dell’Antico Testamento, o anche solo qualche salmo, prendendo in mano “Che tu sia per me il coltello” ritroverà la stessa delicatezza orientale, la stessa sensibilità, lo stesso gusto semplice e raffinato.
2. Per quanto possa sembrare prosaico e poco ortodosso il paragone, se l’autore avesse voluto scrivere un’opera di più basso livello (non faccio esempi, direi che abbiamo alte probabilità che il primo titolo che troviamo in libreria si presti a questo caso) avrebbe potuto tranquillamente ambientarla in una chat-line. E’ questa la prima cosa cui ho pensato mettendomi a leggere. Alla bellezza della trama, alla sua intensità, pescando nel mio vissuto, ai rarissimi quanto speciali rapporti che nascono (o semplicemente, come talora accade, crescono) su Internet. Siccome ho fatto questa riflessione tra me e me, ve la ripropongo tal quale, sperando che nessun lettore di Grossman si scandalizzi. Chi ha sperimentato il piacere (non la dipendenza, quella è altra cosa) di passare delle ore della notte a dialogare via tastiera con qualcuno al di là del filo, e a sentirsi in stretta sintonia con lui, capirà di cosa parlo. Chi è estraneo a quel mondo amerà comunque questo libro – o così io spero- e magari lo leggerà con occhi più innocenti.

Ecco ora qui invece la mia recensione. Se vi invoglierà a leggere il libro, fatemi poi sapere cosa ne pensate (del libro, della trama, dei protagonisti, di Grossman) e che emozioni ha suscitato in voi. Idem se lo avete già letto.

Autore: David Grossman
Titolo: Che tu sia per me il coltello
Edizione: Oscar Mondadori
Prezzo: € 7,80

Gerusalemme ai nostri giorni.
Yair vede Myriam a un raduno: non si conoscono né si presentano ma lui, folgorato da una espressione di lei, decide di cercare il suo indirizzo e di scriverle una lettera, per invitarla a una corrispondenza: “Non spaventarti, non voglio incontrarti e interferire nella tua vita (…). Vorrei poterti raccontare di me (ogni tanto) scrivendoti”.
L’”ogni tanto” del messaggio introduttivo si trasforma ben presto in un “di continuo”: i due, infatti, iniziano a spedirsi una o più lettere al giorno. Myriam e Yair si cercano con il cuore, con la mente, con il corpo, ma si trovano unicamente nelle parole, che stillano sentimento, intelligenza, sensualità. Ogni altro contatto è impedito dalla loro volontà di continuare la loro vita quotidiana all’interno delle loro famiglie, che amano sopra ogni cosa al di là di ogni complicazione.
E’ comunque tradimento? Lungi da loro pensarlo: essi sono, l’uno per l’altra, uno strumento per raggiungere la verità che è in loro stessi e per scoprire angoli del loro essere inacessibili al resto dell’umanità: “Grazie a Myriam vivo qualcosa che lei sola è riuscita a risvegliare in me e che altrimenti sarebbe morto”, riflette Yair a un certo punto. Nonostante non ci sia rapporto fisico a nessun livello, attraverso il racconto riescono a sapere tutto l’uno dell’altra, come due ciechi che suppliscano con le parole alla vista. E nonostante non ci sia rapporto fisico e conoscenza diretta, Myriam e Yair decidono, nemmeno troppo implicitamente, di aver incondizionata cura l’uno dell’altra : “E’ una legge non scritta: chi vuole starmi vicino deve assumersi la responsabilità della mia anima. Perché qualunque idiota può capire come sia facile uccidermi”, dichiara Yair.
Riusciranno i nostri eroi a rimanere fedeli a loro stessi, ai loro buoni propositi? O cederanno, com’è umanamente previdibile, alla voce della carne?
Yair- che tiene il coltello, quel coltello che vuole che Myriam sia per lui, dalla parte del manico- sembra non avere dubbi: “tra qualche mese moriremo l’uno per l’altra, anche se tu non ne vuoi sentir parlare. L’idea di quella ‘ghigliottina’ ti fa rivoltare lo stomaco. Ai miei occhi, però, è il fulcro del nostro legame perché forse, nella vita di una coppia normale, non può accadere quello che accade tra noi – qualcosa che al tempo stesso ha il sapore dell’ambrosia e del sangue. Tu già lo senti, io lo sapevo fin dall’inizio.”
Avrà ragione? O si farà sopraffare da quel desiderio – fisico e nobile al tempo stesso- così palpabile in tutte le parole? Il finale è veramente a sorpresa, all’altezza del ritmo incalzante di tutto il romanzo.
Grossman crea una storia originale, commovente e coinvolgente. Dimostra sensibilità e abilità assai rare nel costruire due personaggi così complessi assegnando loro pensieri, azioni e lessico perlopiù coerenti alla loro personalità ma talora anche incoerenti come si addice alla natura di ciascun essere umano.
Anche la struttura dell’opera (una lunga parte dedicata alle lettere di Yair, una parte più breve e non coincidente temporalmente alla prima dedicata invece alle lettere di Myriam e una terza parte in cui si ha una particolare interazione tra i due) è fresca, nuova, sbilanciata e armoniosa al tempo stesso.
“Che tu sia per me il coltello” conferma lo spessore di Grossman uomo e di Grossman scrittore, infondendo nel lettore forza, fiducia nel genere umano e più in generale nella vita e, in ultimo ma non per ultimo, amore per la lettura.

* de noantri come la celebre festa che si tiene a Trastevere non so quando.
Il bookcrossing de noantri ve lo spiego qui, in nota. Ve ne spiego uno generale, non il mio. L’idea è banale, banalissima. Quando si va in ferie ci si porta appresso dei libri, no? Se si va via in più persone, due libri a testa e si è sistemati per un mese. Il rischio è di non avere niente di interessante, oltre ai propri libri, da leggere. Il rischio è basso per quattro ragioni:
1. se io so che gli altri guarderanno quello che ho scelto, vedrò di fare una scelta dignitosa (ok, qualcuno crede che sia dignitoso leggere i libri di Susanna T., ribatterà qualcuno: ma che amici c’hai? Scherzi a parte, è un po’ vero, e de gustibus non est dispuntandum, ma ripeto: che amici hai?!!!);
2. leggere quello che leggono i nostri amici è un modo per scoprire qualcosa in più sul loro conto. In vacanza di solito si scopre che l’amico x russa, l’amico y non è puntuale, l’amico z vuole sempre fare quello che decide lui. Leggere il libro che ha scelto un altro ci può fornire altri elementi nuovi e, speriamo, più piacevoli;
3. in vacanza si è vagamente più portati a leggere anche libri più sciocchi. Non credo che avrei mai potuto leggere Fabio Volo altrimenti;
4. leggere le stesse cose nello stesso periodo crea argomenti non banali di discussione.

E potete mettere in valigia un paio di scarpe in più senza troppi scrupoli!

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