sabato, luglio 02, 2005

Post un po' sconclusionato

Allora, la settimana è stata difficile, un po’ per il caldo, un po’ per lo stress. Ma, se Qualcuno vuole, siamo nel weekend. Speriamo nel sole, ché l’aggioralista di deve abbronzare un po’, deve stare sdraiata come una lucertola e dimenticare un po’ di cose viste e sentite durante questa settimana.

Se scrivo stupidaggini, perdonatemi: ho la testa altrove.
Ci sono state però anche delle cose positive, in questa settimana. La prima, quella di cui vorrei parlare per approfondire un discorso appena accennato, è che scaricando la posta qualche giorno fa ho trovato un messaggio di uno scrittore che mi ringraziava per le parole che avevo usato per parlare di lui.

Da qui due riflessioni, tra loro legate.

La prima.
Sono una persona spesso insoddisfatta, in certe cose molto perfezionista, in certe altre viceversa molto fatalista (non avevo mai pensato a perfezionista e fatalista come due aggettivi l’uno il contrario dell’altro, ma mi è venuto spontaneo opporli, e in effetti l’abbinata mi piace. Voi che ne pensate? E siete perfezionisti o fatalisti?).

Quando scrivo qualcosa di qualcuno, generalmente cerco di non pensare all’eventualità che quel qualcuno mi possa leggere, specie ora che c’è la possibilità di aggiungere commenti ai miei post, e quindi di smontarmi così, in diretta.
Quando scrivo di Banana Yoshimoto, sono abbastanza certa che non mi leggerà mai. Certo mi potrebbe leggere Giorgio, il suo traduttore, e andare a spifferare tutto alla Banana, ma è un’ipotesi abbastanza irreale. Giorgio, non farlo. O prima avvisami, così vado dal parrucchiere, per dire…

Ma prendete gli scrittori comuni mortali.
Vi pare che prima o poi non gli capiti di mettere il loro nome in Google?
L’ho fatto anch’io, qualche volta (non ditemi che non lo avete mai fatto, non vi crederei), figuriamoci se non lo fa chi della propria popolarità ci campa.
Devi essere un po’ pieno di te per mettere il tuo nome in Google, devi essere anche molto umile per scrivere a un’aggiornalista qualunque, facendo capire che sei arrivato a lei mettendo il tuo nome in Google per scoprire se qualcuno ti fila, oppure no.
Scrittori a caccia di conferme, insomma.
Quando uno scrittore arriva a tanto, già si guadagna un super-posto nel mio cuor, perché apprezzo tantissimo che si sia messo in gioco.
Per questo, volevo dire a F e A: comprerò tutti i vostri libri finché scriverete e finché camperò. Non so se dieci-venti euro all’anno vi bastino per vivere, ma quelli li avete garantiti.

E questa è la prima osservazione. E vi chiedo: se foste degli scrittori, o degli artisti, cerchereste di sapere cosa pensa il pubblico di voi, o vi accontentereste di contare i soldi che vi passa l’editore?

La seconda. Ma me lo dite come faccio a scrivere qualcosa di A e F sapendo che loro mi stanno guardando? Che potrei offenderli, turbarli, o più semplicemente fargli cadere le braccia (“sono stato poco chiaro io o questa veramente non capisce un tubo?")?
Non è facile. Paradossalmente è pià facile smontare, o cercare di interpretare, un mostro sacro quale è Banana Yoshimoto (o Ernest Hemingway! Ve la immaginate l’aggiornalista che dice che Hemingway non sa scrivere?!), che l’F o l’A della situazione.
Ma vi sembra giusto? Eppure è così.
Vorrei vincere questa paura, e in questi giorni lo farò, senz’altro lo farò prima di partire per le ferie, aggiusterò le ultime cose e pubblicherò questa recensione benedetta di questo bel libro.

Post un po’ sconclusionato.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Giusto replicare, visto che vengo chiamato in causa. E tanta fedeltà ("comprerò tutti i vostri libri finché scriverete e finché camperò") verrà premiata non con un pigro commento senza maiuscole e con l'ecc. ecc. da qualche parte ma con un vero originale commento "à la" F. Prima di tutto, bando agli equivoci: personalmente, scrittore o meno, io passo gran parte delle mie giornate in un ufficio, tipo Kafka, e davanti a un computer, e dopo un po' googlarsi non una ma più volte al giorno diventa proprio una regola imprescindibile, come cercare di ritrovare, elettricamente, sé stessi. Al di là di questo, c'è una domanda precisa cui non mi sottraggo, in questa mattinata lunediese in cui dovrei scrivere non dico che per il giornale non dico quale e invece rispondo a una domanda interessante: "se foste degli scrittori, o degli artisti, cerchereste di sapere cosa pensa il pubblico di voi, o vi accontentereste di contare i soldi che vi passa l’editore?". O bella, sono uno scrittore, quindi posso rispondere: contare i soldi che mi passa l'editore mi impegnerebbe troppo poco tempo, mia cara l'ag. Ma guarda, siamo una riga più giù e il conto è fatto. Che fare, noi scrittori, per le restanti 23h 59' 53" della giornata? Scrivere non è (o non dovrebbe essere) tanto diverso dal cucinare. Se le persone vengono a cena e sono contente di mangiar bene, e al limite mangiano delle cose un po' uniche che non hanno mai assaggiato altrove e comunque a tavola trovano un'atmosfera, sapori, armonie che hanno trovato solo a cena da te, genera una contentezza che si riflette sul cuoco. Cuoco che deve amare per primo i suoi piatti e nel caso di una cena offerta ai suoi ospiti si siede, di norma, con loro: non succede mai di dirsi "Che schifezza putrida, ma ai miei ospiti piacerà": si deve per prima cosa amare la cucina, poi quello che si cucina, e sommando qualche altro requisito a quelli detti, verrà fuori la base per una buona cenetta. Il pubblico, che io però definisco "lettori", merita lo stesso rispetto per gli invitati, tanto più che i lettori spendono per comprarsi il libro. Nel mio caso poco: comparate il prezzo e il numero di battute (no di pagine, troppo facile) del libro che l'aggiornalista recensirà agli altri primi dieci in classifica, Banana compresa. Scrivo per i cari lettori, me compreso, come cucino per le persone care, me compreso. È bello sapere che ne pensano, sinceramente, i miei cari lettori. Non i lettori, intendiamoci: i miei lettori. Persone che della lettura amano, prima di tutto, leggere. Per tornare alla domanda: noi incontentabili non potremmo certo contentarci di contare il denaro. Sapere cosa pensano i miei lettori di solito mi aiuta a scrivere bene, anche perché di solito ne pensano bene, con le dovute eccezioni. E questo ci introduce al secondo quesito. "Come faccio a scrivere qualcosa di A e F sapendo che loro mi stanno guardando? Che potrei offenderli, turbarli, o più semplicemente fargli cadere le braccia?" Riposta: nessuno si offende, cara l'a. Se no mi sarei già offeso circa Come sopravvivere agli italiani il mio capolavoro incompreso che richiede quattro o cinque letture secondo me per essere gustato in pieno così come la prima sigaretta ci disgusta e poi c'intignamo e diventiamo fumatori, non prima però di qualche pacchetto. O per restare nell'ambito della cucina, non tutti i piatti sono facili e amabili: conosco persone che non mangiano le lumache o la coratella o le ostriche, per capirsi. Le critiche negative sono ben accette da noi scrittori che ci piace scrivere, insomma, ed è un piacere respingerle. Ma poi ci pensiamo, almeno un po'. Se uno scrittore si adeguasse troppo al gusto del pubblico offenderebbe parte del suo pubblico: si deve sempre, secondo me, in primis, misurarsi sul proprio gusto, in maniera da dare qualcosa di nuovo al lettore su cui soffermarsi. Altrimenti tutti i libri sarebbero uguali (e succede, eh) e i lettori potrebbero scriverseli da soli, risparmiando così qualche euro e la fatica di arrancare alla libreria con 'sto caldo. Ciao.

Anonimo ha detto...

Caro F,
grazie per aver risposto. Purtroppo il lavoro oggi non mi permette di dilungarmi, e qui sta per scoppiare un fortissimo temporale!
Trovo le tue osservazioni vivaci e pertinenti, e le commenterò, sperando di aprire, qui, una qualche discussione.
Mi ha molto colpito il tuo "altrimenti (...) i lettori potrebbero scriverseli da soli". Hai ragione, troppo spesso io personalmente ho delle pretese ingiuste e delle aspettative eccessive, e sono egoista solo perché pago. Se uno scrittore è serio, qualunque suo libro merita di essere letto (e poi in qualche modo "giudicato"). Anche se non ci avevo pensato direttamente, direi che seguo anch'io questa filosofia. Tant'è che, dei miei scrittori preferiti, ho sempre letto tutto (con qualche eccezione, motivata).

Anonimo ha detto...

Avevo promesso di dilungarmi un po'. Lo faccio ora, assolutamente senza polemica o riferimenti personali.
Come dicevo in qualche risposta privata, io credoche un libro deve essere un piacere. Se devo leggerlo cinque volte per farmelo piacere, che piacere è?
Posso leggerlo cinque volte per coglierne sfumature nascoste ma questa mi pare una questione profondamente diversa.
Primo.
Secondo: è vero che ci sono libri difficili e libri più semplici, comprensibili. Io sto dalla parte di questi ultimi.
Può darsi che lo scrittore si senta incompreso dai suoi lettori, ma la cosa fondamentale è che non sia lo scrittore stesso a creare una barriera tra sé e i lettori. Parlo di barriere linguistiche, ma anche di barriere fatte di riferimenti a episodi o idee che il lettore non è tenuto a conoscere. Questo, in generale.
Commenti?

Anonimo ha detto...

orrore. Ho cambiato un po' di parole ed è venuto fuori un "io credo che deve". Io credo che debba, naturalmente!