A volte succede che si inizi un libro e lo si lasci a metà perché è noioso. “Come stare soli” credo di averlo lasciato a metà, a suo tempo (forse gennaio-febbraio), perché troppo pregno di significato e difficile, a tratti, almeno per me. La ricchezza di contenuti è, per un libro, un merito, non sto neanche a dirlo, ma purtroppo ci sono dei periodi in cui a una lettura chiediamo solo un po’ di relax, intelligente non c’è dubbio, ma relax.
“Come stare soli” non l’ho nemmeno comperato di persona. Ne avevo letto sull’inserto domenicale de “Il sole 24 ore” ma, spaventata dal prezzo, avevo approfittato degli acquisti scontati della mia amica F. in un magazzino per librai.
E così un giorno, qualche mese dopo aver fatto l’ordine, F. mi chiamò per dirmi “Il tuo libro è arrivato. Dopo aver visto il titolo se lo voleva tenere il mio fidanzato, ma non gliel’ho permesso. Devo ancora darti il mio regalo di Natale: andiamo a bere un tè dopo il lavoro?”.
E me lo ritrovai così tra le mani, ancora nel cellophane, e lo iniziai a leggere quella sera stessa. Nel giro di qualche giorno, all’entusiasmo iniziale subentrarono la consapevolezza di aver scoperto un vero gioiello e la paura di non essere abbastanza brava da capirne il senso, se lo avessi letto tutto di filato.
L’intuizione non era poi così sbagliata.
E ora che l’ho ripreso in mano, ho ritrovato lo stesso entusiasmo della prima volta, e una gioia grande, quella gioia che si prova quando, anche solo per un istante, pensiamo che ci è capitata una grande fortuna.
Vorrei anche dire, prima di passare alle quattro parole sul libro, che quando si lascia a metà un libro poi si fa fatica a ricominciarlo (se si tratta di un romanzo, non ne parliamo: si riparte daccapo e basta), perché si confonde bene tra quelli già letti sugli scaffali della libreria e perché l’essere umano è per sua natura più attratto dalle novità che conservatore.
Questo è un libro di una bellezza rara per tante ragioni che si colgono solo leggendolo: pagina dopo pagina si prova una rosa di emozioni molto varia e commovente. Di alcune di queste, che reputo molto intime, perdonatemi ma non ne parlerò. Forse ne uscirà per questo una recensione parziale, ma mi perdonerete. Di una, invece, senz’altro sì. Si tratta dell’emozione, cui non so dare un nome, che il mio animo ha registrato nel mettersi veramente, per la prima volta, nei panni dello scrittore. Ho conosciuto - dal di fuori, ovviamente, ma per un attimo con molta precisione- cosa vuol dire essere uno scrittore, in quale condizione di solitudine scelga di lavorare, quali siano le sue preoccupazioni riguardo al presunto progresso dell’umanità, quanto rispetto possa avere per il suo lettore, quanta onestà intellettuale.
Ho capito per quale ragione scrittori non si diventa ma si nasce.
E’ stato, questo cammino, motivo di grande soddisfazione, come lettrice, ma anche, naturalmente, di pessimismo e di delusione.
Ne conosco altri, io, di scrittori così schietti e, a modo loro, puri? Non lo so, ecco, finché non si metteranno a nudo non lo saprò, e non è una bella sensazione. Scrittori di tutto il mondo, scrivetemi!
Sul comodino ho, ora, anche “Le correzioni”, best-seller dello stesso autore che ho iniziato durante un mio viaggio di un po’ di mesi fa e interrotto con la fine del viaggio. Lo riprenderò entro breve. Mi aspetto una grande cosa.
Via dunque alle danze. Vi annuncio che, trattandosi di una raccolta di saggi dai temi molto vari, mi è stato molto difficile scriverne qualcosa di armonioso, ammesso che ci sia riuscita. Questo blog, forse non lo dico mai abbastanza, non è il mio lavoro ma la mia palestra.
Quindi portate pazienza se a tratti fa un po’ pena. Infine: all’inizio delle mie note spiegherò il titolo: mi spiace un po’ farlo, perché questo rovina parzialmente, in questo caso, il gusto della lettura, ma lo devo fare perché alcune delle persone con le quali ho parlato di questo acquisto hanno collegato subito la mia scelta di lettura alla mia scelta di vita, un po’ forzata ma per lo più volontaria, di preferire spesso la compagnia di un buon libro, di un buon cd, di un pensiero all’infinito e persino di una lacrima di nostalgia a quella umana.
E lo devo fare perché tanto nella prefazione lo fa anche l’autore.
COME STARE SOLI
Autore: Jonathan Franzen
Titolo: Come stare soli
Casa editrice: Einaudi
Prezzo: € 18,00
Ingannevole è il titolo più di ogni cosa. A volte.
Ma mai titolo fu più azzeccato di questo “Come stare soli”, una volta chiarita quale sia la solitudine di cui si parla. E Jonathan Franzen, allenato e forse caratterialmente portato a non usare parole in più ma neanche in meno, sceglie di spiegarcela già nella prefazione: la ricerca che è alla base di tutti questi saggi- dice- è il problema di preservare individualità e complessità in mezzo al frastuono e alle distrazioni della cultura di massa: la questione di come stare soli.
I temi che affronta sono molteplici, ma quello che forse più si attiene al filo rosso e sul quale l’autore si sofferma con più passione è quello relativo a lettura e scrittura.
La lettura sta perdendo, per i più, il fascino che ha esercitato per generazioni e generazioni.
E questo non è un caso: il libro non è più il mezzo per arrivare a una qualche verità, il libro è diventato un oggetto di consumo come tutti gli altri e, come tutti gli altri, sta passando di moda. E’ questa la tesi, dolorosa, dell’autore. E i pensieri che si accavallano nella sua mente mentre riflette su questo sono tanti. Pensa alla società moderna in senso lato, pensa ai cambiamenti nei suoi amici, pensa al futuro tutt’altro che roseo che, in quanto scrittore, lo aspetta, pensa alle conseguenze che l’allontanarsi dalla strada che ci forniva come compagni dei buoni libri avrà sulle nostre coscienze e sulle nostre scelte.
Franzen dunque è uno scrittore nel confessionale: il mestiere di scrivere è difficile, e difficile è svolgerlo nell’era digitale, dove l’aggettivo digitale non sta a rappresentare tanto una forma di progresso quanto purtroppo, forse per la prima volta in maniera così radicale e diffusa, una misura dell’incompatibilità del lento lavoro della lettura con l’ipercinesi della vita moderna.
La nostra è l’era veramente consacrata al consumismo, e per di più Non c’è mai stato un grande spreco di amore fra la letteratura e il mercato, (...) Un classico della letteratura è poco costoso, riutilizzabile all’infinito e, peggio ancora, non migliorabile.
Non mancano le critiche agli scrittori che hanno gettato la spugna, anche se ne comprende profondamente le ragioni. Lo scrittore è un lavoratore precario, dunque, uno che non può fare affidamento sul futuro, perché il lettore è un animale in estinzione: Adeguarsi alla realtà fa bene alla salute. (...) Abbiamo accettato che la tecnologia si prenda cura di noi . (...). Inoltre, dato che il rapporto fra arte e pubblico non è mai stato facile, è comprensibile che un ampio segmento della popolazione non stia ad aspettare che un artista o uno scrittore geniale inventino una struttura più adeguata, ma cerchi invece conforto nei potenti narcotici offerti dalla teconolgia sotto forma di tv, cultura popolare e oggetti di ogni tipo, anche se questi narcotici provocano dipendenza e alla lunga non fanno che aggravare i problemi della società.. E ancora: La perdità di quel pubblico ci fa sentire ancora più soli. la solitudine rende il fardello della conoscenza ancora più pesante. E allora la ricerca della salute comincia ad attirare qualcuno dei nostri. (...) Cominciano a prenderei “personaggi” offerti dalla cultura commerciale - i vari Kennedy e Arnold Schwarzenegger- e a raccontare storie su di loro. Si definiscono postmoderni e credono di essere loro a usare il sistema, mentre è il sistema ad usarli.
E del sistema, oltre che, in senso più ampio, del nostro tempo, Franzen racconta vizi e debolezze, contraddizioni e condanne, e lo fa da uomo, piuttosto che da giornalista o autore. E così il suo parere sul fumo diventa il racconto del suo personale rapporto ambivalente con le bionde e la sua opinione su Bush la cronaca di come egli abbia vissuto la giornata dell’insediamento del presidente. Più che i suoi articoli su questo e quello, sembra di leggere il dietro le quinte di quegli articoli, con uno sguardo, sempre vigile e presente, sul mondo esterno, sull’umanità che lo abita.
Questi piccoli saggi hanno il sapore dell’autobiografia: questo è quello che provo e vedo io, e quando mi chiedono di parlare di un tema, è solo questo che posso dire- sembra volerci dire l’autore.
E se in generale è buona norma affrontare con un certo distacco, per non rimanerne delusi, un libro il cui titolo inizi con “Come” e lasci intendere una volontà di aiutarvi a risolvere un problema, questa volta si può procedere senza i consueti piedi di piombo: a sentire parlare un autore così, con il cuore in mano e anche un po’ a pezzi, viene da credergli.
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